09/10/2026
Ci ho messo del tempo a capire che viaggiare tanto non significa automaticamente imparare a viaggiare bene.
Anzi, a volte più ci sentiamo curiosi, aperti, sensibili, più rischiamo di convincerci che le nostre intenzioni siano sufficienti, che se arriviamo con rispetto, con una macchina fotografica e con il desiderio sincero di conoscere, allora quello che facciamo sia necessariamente giusto.
A volte è così, ma non sempre.
Negli anni mi sono accorta di quante cose avevo normalizzato anch’io.
Il desiderio di arrivare più lontano, di vedere ciò che pochi avevano visto, di fotografare, raccontare, entrare nelle case, conoscere rituali, ascoltare storie e raccontarle. Tutte cose che possono nascere da una curiosità bellissima, ma non per questo ci appartengono.
La cosa che provo a ricordarmi più spesso è che il privilegio di poter viaggiare non coincide con il diritto di accedere a tutto.
Posso desiderare una fotografia e scegliere di non farla, o quantomeno chiedere il permesso.
Posso voler conoscere una cerimonia e accettare che non mi riguardi e che sia un momento intimo e riservato. Posso voler essere affettuosa e capire che il mio modo di dimostrarlo non è universale.
Posso avere voglia di aiutare e ammettere di non sapere di cosa abbia davvero bisogno la persona davanti a me.
A volte rispettare significa fare qualcosa, ma altre volte significa semplicemente non farla.
Non credo esista un manuale perfetto per entrare nella vita degli altri senza lasciare traccia (nel mondo, così come a casa nostra), io per prima continuo a sbagliare, imparare e mettere in discussione il mio modo di viaggiare, ma credo che possiamo almeno smettere di partire dal presupposto che il mondo sia lì per essere consumato da noi.
Il mondo è un luogo meraviglioso, ma ospita anche tante ingiustizie, violenza e rapporti di potere.
Personalmente mi piacerebbe custodire e tramandare la bellezza, ma non è sempre un cammino facile.
Questo è quello che ho imparato in questi anni, spero possa essere d’aiuto anche a voi.