24/09/2024
Le vicende storiche e culturali degli Arapaho, una delle più celebri nazioni indiane delle Grandi Pianure, s’intrecciano in gran parte con quelle dei Cheyenne. Entrambe le tribù, oltre ad aver condiviso i territori di caccia, appartenevano anche allo stesso ceppo linguistico, l’algonchino occidentale.
Il nome Arapaho, con cui vennero conosciuti e identificati dai bianchi, deriva forse dalla parola Alappaho’, di derivazione Crow, che significa “popolo dei tatuaggi”, per l’usanza della tribù di tatuarsi il corpo con motivi circolari, ma vi sono ulteriori ipotesi che fanno risalire il termine a storpiature della parola pawnee “iriiraraapuhu”, cioè commerciante. Nella loro lingua gli Arapaho si definiscono semplicemente “Inun-ina”, la nostra gente.
Verso la fine del XVII secolo Arapaho e Cheyenne dimoravano ancora lungo le sponde boscose del Lago Superiore, a cavallo della frontiera tra Manitoba e Minnesota. Erano popoli semi sedentari e oltre alla caccia e alla raccolta praticavano un’agricoltura di sussistenza, basata essenzialmente sulla coltivazione del mais.
Sospinti a occidente dai bellicosi Ojibway agli inizi del ‘700, gli Arapaho e i Cheyenne abbandonarono un po’ alla volta l’area dei Grandi Laghi per stabilirsi nelle sterminate praterie canadesi.
A quel tempo la tribù si muoveva ancora con l’ausilio dei cani, ma ben presto cominciò a impiegare i cavalli, cambiando radicalmente il proprio stile di vita. La rivoluzione equestre che interessò le Grandi Pianure nel corso del XVIII secolo toccò indistintamente tutte le tribù, dal Texas al Saskatchewan, e comportò un’imponente migrazione di popoli.
Il cavallo non favorì solo gli spostamenti, la caccia al bisonte e le guerre intertribali, ma segnò l’emergere di una nuova cultura indigena tipica delle praterie, integrata dagli scambi commerciali con i bianchi e le tribù limitrofe, in parte dedite all’agricoltura.
Nel corso della seconda metà del ‘700 gli Arapaho cominciarono a spostarsi gradualmente verso sud, fino a raggiungere le praterie del Montana e del Wyoming. Una parte della tribù mosse ancora più a sud, popolando l’area tra il Colorado, il Kansas Occidentale e l’Oklahoma Panhandle. Questa separazione in due gruppi distinti, Arapaho settentrionali e meridionali, diventò definitiva verso la metà dell’800 e interessò anche gli alleati Cheyenne.
Un ulteriore frazionamento degli Arapaho avvenne nel Montana settentrionale con la formazione di una nuova tribù, gli Atsina, o Gros Ventres, come venivano chiamati dai francesi, che nel corso del XIX secolo confluirono nella grande alleanza del nord, costituita da Piegan, Blackfoot, Blood e Sar-cee.
Nel 1826 dopo aver subito per vari decenni l’aperta ostilità dei Sioux Lakota, sia gli Arapaho che i Cheyenne, strinsero con loro una solida alleanza, che gli permise di contrastare i Kiowa e i Comanche. Le due tribù, allora presenti nel Wyoming e sulle Black Hills, furono costrette a migrare fino al Texas.
Questi contrasti intertribali cessarono nel 1840, quando Capo Piccolo Corvo degli Arapaho si fece promotore di un grande progetto di pace. Da quel momento alle bande più meridionali del suo popolo fu permesso di cacciare il bisonte insieme ai Comanche nel selvaggio territorio del Llano Estacado in Texas e la nuova alleanza divenne così stretta che una parte degli Arapaho confluì nella tribù comanche, adottandone i costumi e la lingua.
Ma se tra Arapaho e Comanche regnava finalmente la pace, nel resto delle Grandi Pianure le guerre intertribali continuavano a infuriare.
Popolo di cacciatori e abili commercianti, gli Arapaho si erano conquistati la fama di irriducibili guerrieri presso gran parte delle tribù confinanti. A est i loro nemici giurati erano i Pawnee, gli Omaha, i Ponca e gli Osage, mentre a nord puntavano le armi contro i Crow, i Flatheads, la potente Confederazione Blackfoot (di cui facevano ormai parte i loro cugini Atsina), la Lega di Ferro dei Cree e degli Assiniboine, gli Ojibway e gli Arikara. Anche a ovest non mancavano nemici agguerriti e gli scontri più frequenti erano con gli Shoshoni, gli Ute, gli Apache Jicarilla e talvolta Navajo e Pueblo.
E con i bianchi? La blanda tolleranza e il reciproco rispetto durante le fasi iniziali, subirono un drastico tracollo dopo il massacro del Sand Creek, che segnò un punto di non ritorno nelle relazioni tra americani e indiani alla fine del 1864.
Data la grande espansione territoriale della tribù, dal Texas Panhandle al Montana, gli Arapaho parteciparono a diverse fasi delle guerre indiane sull’intero scacchiere delle Grandi Pianure.
La fase più cruenta fu senz’altro quella dal 1864 al 1877, durante la quale gli Arapaho combatterono insieme ai loro alleati Cheyenne tra il South Platte e il Canadian River (Colorado War 1864-65), lungo il Fiume Powder durante l’invasione del generale Connor (1865), nel Montana meridionale (Guerra di Nuvola Rossa 1866-68), in Oklahoma durante la Campagna di Custer e Sheridan (culminata con la battaglia del fiume Wash*ta, 1868), nel Texas con i Comanche e i Kiowa (Red River War, 1874) e infine la Grande Guerra Sioux, combattuta tra Montana e Territorio del Dakota (1876-77) che segnò la fine della loro vita libera.
Nonostante la diffusione della tribù su un areale immenso e il loro coinvolgimento in quasi tutti i maggiori conflitti delle Grandi Pianure, gli Arapaho difficilmente superarono le 15.000 unità, persino nei tempi più prosperi. Soffrirono anch’essi le devastanti epidemie della prima metà dell’800, ma molto meno di altre nazioni come i Blackfoot, gli Arikara, i Mandan o gli Osage, che ne uscirono decimati. Tuttavia il censimento del 1910 riportò un numero davvero esiguo di appartenenti alla tribù, 1753 membri! Sebbene prossimi al tracollo demografico, gli Arapaho seppero riprendersi numericamente e culturalmente, e oggi la loro popolazione è prossima alle 22.000 unità.
Mentre i discendenti del ramo meridionale vivono dispersi in diverse comunità rurali dell’Oklahoma, il gruppo settentrionale, molto più numeroso, condivide la Wind River Reservation del Wyoming con gli Shoshoni.
Questa riserva è una delle più incontaminate del Paese, con l’86% del suo territorio ancora selvaggio, ricco di risorse naturali e con un paesaggio caratterizzato da montagne, fiumi, laghi e vaste praterie. Qui è anche il luogo dove si è conservata meglio l’identità culturale di questo indomito popolo e nel quale si cerca di far sopravvivere la lingua Arapaho, oggi parlata da meno di 500 persone.