31/08/2026
In Giappone c’è un film che parla di un padre che deve imparare a lasciare andare sua figlia. E forse è proprio per questo che, più di sessant’anni dopo, continua a fare così male.
È 秋刀魚の味 - Sanma no aji, conosciuto in Occidente come An Autumn Afternoon, è l’ultimo film diretto da Yasujirō Ozu, uscito nel 1962.
Il protagonista è Shūhei Hirayama, interpretato da Chishū Ryū.
È vedovo. Vive con la figlia Michiko e con il figlio più giovane.
La sua vita è fatta di abitudini semplici: il lavoro, gli amici, qualche bicchiere di sakè, la casa dove tutto sembra essere rimasto al proprio posto.
Anche sua figlia. Ed è proprio questo il problema.
Perché arriva un momento in cui Hirayama capisce una cosa che probabilmente aveva cercato di non vedere: Michiko non può restare accanto a lui per sempre.
Deve sposarsi.
Deve costruire la propria vita.
Deve andarsene.
Non perché ami meno suo padre.
Ma perché crescere, certe volte, significa proprio questo.
Ozu racconta tutto senza grandi scene madri.
Non servono urla.
Non servono addii disperati.
Bastano una stanza che improvvisamente sembra troppo grande, una cena, un volto che cerca di non mostrare quello che prova.
E un padre che torna a casa dopo il matrimonio della figlia.
Solo.
In Giappone esiste un’espressione che sembra fatta per questa storia:
物の哀れ - mono no aware.
È la consapevolezza malinconica che le cose più belle sono anche quelle destinate a cambiare e a finire.
Non significa soltanto tristezza. Significa capire che qualcosa è prezioso proprio perché non durerà per sempre.
Un figlio cresce.
Una casa cambia.
Una persona che abbiamo visto ogni giorno improvvisamente non è più seduta al solito posto.
E noi continuiamo a vivere.
Forse il vero dolore di Hirayama non è perdere sua figlia.
È capire che amarla significa anche permetterle di andare via.
Ed è una cosa che prima o poi riguarda quasi tutti.
Essere figli.
Essere genitori.
Essere la persona che parte.
O quella che resta sulla porta.
Il gusto del sakè è l’ultimo film di Ozu.
Pochi mesi dopo la sua uscita, il regista morì.
E sapere che proprio questo sia stato il suo ultimo racconto rende il finale ancora più difficile da dimenticare.
Perché alla fine non parla soltanto di una figlia che lascia casa.
Parla di qualcosa che facciamo per tutta la vita:
imparare a salutare le persone e i momenti che avremmo voluto trattenere ancora un po’.