13/08/2026
Mi chiamo Franco, ho settantuno anni e vivo a Nha Trang. Quando dico che vivo in Vietnam, la prima cosa che mi chiedono ÃĻ sempre la stessa: ÂŦMa perchÃĐ?Âŧ. La seconda ÃĻ: ÂŦE non ti manca l'Italia?Âŧ. Io ormai sorrido, perchÃĐ sono due domande che mi fanno capire immediatamente quanto sia difficile spiegare una vita a chi la guarda da fuori. PerchÃĐ io non sono venuto qui per fare il pensionato esotico, quello con il cappello di paglia, il cocktail in mano e le fotografie da mandare agli amici rimasti a casa. Sono venuto qui perchÃĐ a un certo punto mi sono accorto che in Italia non avevo piÃđ niente che mi trattenesse, mentre qui avevo ancora voglia di vivere.
Vivo in un appartamento non grande, al quarto piano di un palazzo non particolarmente bello, a poca distanza dal mare. La mattina apro la finestra e sento già il rumore della città . Motorini, clacson, voci, qualche camioncino che scarica qualcosa, donne che parlano tra loro, bambini che vanno a scuola. Nha Trang non ÃĻ un'isola deserta e questo mi piace. Io il silenzio assoluto non l'ho mai sopportato. Mi piace avere gente intorno, purchÃĐ non mi stia addosso. Mi basta attraversare la strada e in pochi minuti sono sul lungomare, davanti a quella distesa di mare che per me vale piÃđ di qualsiasi monumento, museo o piazza italiana.
La cosa che mi sorprende ancora ÃĻ che qui il mare entra nella giornata senza chiedere permesso. Non ÃĻ una gita. Non ÃĻ una vacanza. Non devo prendere la macchina, cercare parcheggio, organizzare il pranzo, controllare il meteo. à semplicemente lÃŽ. Posso uscire di casa in ciabatte, camminare fino alla spiaggia, sedermi e guardare l'acqua. Alla mia età considero questo un privilegio enorme.
Sono nato in una città del Nord Italia, in una famiglia abbastanza normale. Mio padre faceva il ferroviere e mia madre lavorava qualche ora come sarta. Non eravamo poveri, ma nemmeno benestanti. Eravamo di quella classe che a quei tempi aveva poco e riusciva comunque a farlo bastare. In casa si parlava molto di soldi, ma mai davanti agli ospiti. Questa ÃĻ una cosa che ho capito soltanto da adulto. Gli italiani della mia generazione sono cresciuti imparando a lamentarsi delle spese senza mai ammettere davvero di avere paura.
Da ragazzo ero convinto che sarei diventato qualcuno. Non sapevo bene chi, ma sicuramente qualcuno. Avevo vent'anni e pensavo che il mondo fosse una porta che bastava aprire. Poi ho scoperto una cosa che nessuno ti spiega quando sei giovane: la maggior parte delle porte non si aprono da sole e spesso, quando finalmente trovi la chiave, hai già cinquant'anni.
Ho lavorato per quasi quarant'anni. Sono stato impiegato amministrativo in una grande azienda, prima in una sede di Brescia e poi a Milano. Per anni ho fatto quello che fanno milioni di italiani: sveglia, caffÃĻ, macchina, ufficio, pausa pranzo, telefonate, riunioni, colleghi, scadenze, supermercato, cena e televisione. Il venerdÃŽ sera ero felice come se avessi vinto alla lotteria. Il lunedÃŽ mattina mi sembrava di essere stato condannato a una pena che non finiva mai.
Non odiavo il mio lavoro. Questo ÃĻ importante. Non ero uno di quelli che raccontano di aver avuto una vita infernale. Il mio lavoro era semplicemente... normale. E forse ÃĻ proprio questo il problema. Le vite normali possono durare quarant'anni senza che nessuno si accorga che nel frattempo sono passate.
Avevo colleghi con cui sono rimasto amico per decenni. Con alcuni andavo a mangiare il venerdÎ. Con altri bevevo qualcosa dopo il lavoro. Avevo un collega che ogni mattina alle nove e dieci aveva già previsto la crisi economica del Paese, la fine dell'euro, il crollo della Borsa e la caduta del governo. Poi alle nove e venti tornava a lavorare come se niente fosse. Io ridevo, ma dentro di me pensavo che forse aveva capito una cosa fondamentale degli italiani: abbiamo sempre bisogno di qualcuno o qualcosa da incolpare.
La politica mi ha accompagnato per tutta la vita. Non sono mai stato un militante. Non ho mai avuto una tessera di partito. Ma ho discusso di politica praticamente ovunque. Al bar, in famiglia, al lavoro, in macchina, durante le cene. Da giovane pensavo che la politica potesse cambiare le cose. Da adulto ho cominciato a pensare che potesse almeno complicarle. Da pensionato ho finalmente raggiunto la saggezza: non guardo piÃđ i talk show.
O almeno cerco. Ogni tanto ci casco. E dopo venti minuti mi domando perchÃĐ mi sto facendo del male da solo.
La cosa che mi ha stancato dell'Italia non ÃĻ soltanto la politica. Ã il rumore intorno alla politica. L'eterna discussione. L'eterna emergenza. L'eterna indignazione. Tutti arrabbiati con tutti. Tutti esperti di tutto. Tutti convinti che prima fosse meglio. Ogni giorno qualcuno deve spiegarti perchÃĐ il Paese sta andando a rotoli e, contemporaneamente, perchÃĐ la colpa ÃĻ di qualcun altro.
A un certo punto ho smesso di avere voglia di partecipare alla discussione. Non perchÃĐ non mi interessasse piÃđ il mio Paese.
Mi faceva male vedere persone che si odiavano per cose che, alla fine, non cambiavano la loro vita di un centimetro. Mi sono reso conto che passavo piÃđ tempo a discutere di cose che non potevo controllare che a vivere quelle che potevo ancora permettermi.
Poi ÃĻ arrivata la pensione. E lÃŽ ho avuto il mio vero problema. Non sapevo cosa fare. Per quarant'anni avevo avuto un'identità precisa. Ero Franco, quello dell'ufficio amministrazione. Franco che conosceva quella procedura. Franco che sapeva dove trovare quel documento. Franco che arrivava alle otto e venti. Poi improvvisamente ero soltanto Franco.
Non avevo mai capito quanto fosse lungo un pomeriggio quando non devi andare da nessuna parte.
Avevo già viaggiato parecchio durante la mia vita. Non viaggi di lusso. Mi piaceva partire con poco. Sono stato in Grecia, in Turchia, in Egitto, in Marocco, in India, in Thailandia, in Cambogia.
Quando viaggi, sei costretto a essere presente. Devi capire dove sei, cosa stai mangiando, dove devi andare, quanto costa il taxi. Non puoi vivere con la testa nel passato perchÃĐ rischi di perdere l'autobus.
Il Vietnam arriva nella mia vita durante un viaggio che faccio qualche anno prima della pensione, nel 2019. Atterro a Ho Chi Minh City e capisco immediatamente che ÃĻ un posto che non si puÃē visitare distrattamente. Troppo rumore, troppi motorini, troppa gente, troppa vita. Mi piace.
Poi vado al mare. Arrivo a Nha Trang e succede una cosa strana.
Non penso ÂŦche belloÂŧ. Penso: ÂŦQui potrei vivereÂŧ. Non so spiegare perchÃĐ. Forse ÃĻ il mare. Forse ÃĻ il modo in cui la città vive attorno alla spiaggia. Forse ÃĻ il fatto che puoi avere una vita moderna senza essere completamente immerso nel modo di vivere occidentale. Forse ÃĻ semplicemente una sensazione.
La lascio lÃŽ. Torno in Italia. Passano alcuni anni. Poi vado in pensione. E mi torna in mente Nha Trang. Allora faccio una cosa che per tutta la vita ho rimandato: compro un biglietto di sola andata. Non lo dico quasi a nessuno. Quando arrivo, affitto un piccolo appartamento. I primi mesi vivo come un turista. Mangio fuori, cammino, vado in spiaggia, provo a imparare qualche parola vietnamita e fallisco miseramente. Scopro che la pronuncia puÃē trasformare una frase innocente in qualcosa che probabilmente significa tutt'altro. Dopo qualche figuraccia decido che il mio vietnamita puÃē limitarsi a buongiorno, grazie, quanto costa e basta.
Poi conosco Linh. Ha trent'anni. Io ne ho settantuno. Quando dico questa cosa agli italiani, vedo subito nei loro occhi comparire una storia che hanno già deciso di raccontarsi. Non hanno bisogno di conoscere Linh. Per loro basta la differenza d'età . Io invece la conosco. E questa ÃĻ la parte che conta.
Linh lavora in un piccolo negozio e viene da una famiglia del centro del Vietnam. Ã cresciuta con una madre che le ha insegnato a cucinare praticamente qualsiasi cosa e un padre che parla poco, ma quando parla tutti ascoltano. Ha un carattere molto piÃđ forte del mio.
Questo lo dico con assoluta sincerità . Io ho settantuno anni e una pensione italiana. Lei ha trent'anni e riesce a decidere dove mangiare, cosa comprare, quando partire e cosa fare domani senza avere bisogno di discuterne per mezz'ora.
La prima volta che litighiamo ÃĻ per una cosa ridicola. Io voglio mangiare pasta. Lei vuole mangiare riso. Io dico che ho cucinato. Lei guarda il piatto e mi dice: ÂŦToo much cheese.Âŧ Dopo dieci minuti stiamo mangiando riso insieme.
Questa ÃĻ piÃđ o meno la nostra relazione.
Io sono arrivato qui convinto di sapere parecchie cose della vita. Lei mi sta dimostrando quasi ogni giorno che molte erano semplicemente abitudini.
Linh vive con me.
Non abbiamo bisogno di definire tutto. Lei dice che sono ÂŦold ItalianÂŧ. Io le dico che lei ÃĻ ÂŦvery VietnameseÂŧ.
La cosa bella ÃĻ che non cerca di trasformarmi in qualcun altro. Io non cerco di trasformare lei in un'italiana. Abbiamo trovato una specie di territorio neutrale dove io imparo a mangiare peperoncino e lei impara che il caffÃĻ italiano non ÃĻ una bevanda da mezzo litro.
La mattina spesso lei esce prima di me. Io bevo il caffÃĻ sul balcone e guardo la città svegliarsi. Nha Trang ha una vita che comincia presto. Le persone vanno al mercato, i motorini riempiono le strade, il mare si illumina e la spiaggia comincia a riempirsi.
Mi piace stare in acqua da solo, lontano dalla spiaggia affollata. Nuoto lentamente. Non devo dimostrare niente a nessuno. Non devo essere veloce. Non devo arrivare da qualche parte.
A settantuno anni ho finalmente capito che arrivare da qualche parte non ÃĻ sempre necessario.
Naturalmente non tutto ÃĻ perfetto.
Ci sono giorni in cui mi irritano i motorini.
Ci sono giorni in cui il caldo mi sembra insopportabile.
Ci sono giorni in cui non capisco una parola di quello che mi dicono. Ci sono giorni in cui vorrei una mozzarella decente e mi sembra di essere vittima di una persecuzione internazionale.
E poi ci sono le differenze culturali.
Linh ha una famiglia numerosa.
Io ho sempre avuto bisogno dei miei spazi.
Quando vengono a trovarci, sembra che sia arrivato un piccolo esercito.
Parlano, mangiano, ridono, entrano, escono, qualcuno si siede, qualcuno prende qualcosa dal frigorifero.
Io all'inizio non capisco niente.
Poi mi abituo.
Adesso riconosco alcuni di loro dalla voce.
Non so ancora chi sia esattamente il cugino di chi, ma ormai ho accettato che non ÃĻ necessario sapere tutto.
In Italia avrei passato mezz'ora a chiedere informazioni.
Qui mangio. Ã piÃđ semplice. A volte Linh mi chiede se voglio tornare in Italia. Le dico di no. Non ÃĻ una risposta studiata. Mi viene spontanea. Non mi manca. Questa ÃĻ la cosa che sorprende di piÃđ anche me. Pensavo che prima o poi avrei sentito nostalgia. Non ÃĻ successo. L'Italia che ricordo ÃĻ bellissima. L'Italia dove vivevo, invece, mi aveva stancato. E forse ÃĻ proprio questo il punto. Non sono scappato da un Paese. Sono uscito da una vita che non mi apparteneva piÃđ. Ogni tanto guardo le notizie italiane sul telefono. Dopo cinque minuti le chiudo. PerchÃĐ ormai mi fanno un effetto strano. Vedo discussioni, partiti, governi, opposizioni, scandali, commentatori, persone che urlano. E penso: *Ma come facevo a farmi ve**re il sangue amaro per questa roba tutti i giorni?*
Ho smesso di discutere su tutto.
Ho smesso di voler convincere gli altri.
Ho smesso di controllare quello che non posso controllare.
E questa, per me, ÃĻ stata una rivoluzione piÃđ grande della pensione.
In Italia avevo sempre l'impressione che qualcuno stesse decidendo qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita.
Qui ho capito che, almeno per quello che riguarda la mia vita quotidiana, posso decidere parecchie cose da solo.
A volte penso a cosa direi al Franco di quarant'anni fa se potessi incontrarlo. Gli direi di non preoccuparsi cosÃŽ tanto. Gli direi che la carriera non ÃĻ importante quanto crede. Che i soldi servono, ma dopo una certa cifra non comprano tempo. Che alcune persone che oggi sembrano indispensabili spariranno dalla sua vita. Che il corpo cambierà . Che un giorno si sveglierà e avrà settant'anni.
La sera, quando il caldo cala, esco con Linh. A volte mangiamo in un ristorante piccolo. A volte compriamo qualcosa per strada e torniamo a casa. A volte andiamo sulla spiaggia. Lei cammina davanti a me. Io cammino piano. Ogni tanto si gira e mi dice di sbrigarmi. Io le dico che ho settantuno anni. Ma mi fa ridere. Poi ci sediamo davanti al mare. Lei guarda il telefono. Io guardo l'acqua. Non parliamo molto. E penso che questa sia la mia vita adesso. Non ÃĻ perfetta.
Non ÃĻ quella che avevo immaginato quando avevo vent'anni.
Non ÃĻ nemmeno quella che avevo immaginato quando sono andato in pensione. Ã semplicemente quella che ho. E mi piace.
La mia pensione arriva dall'Italia, il mio passaporto ÃĻ italiano, la mia lingua ÃĻ italiana, nella testa ho ancora cinquant'anni di ricordi italiani. Ma la mia giornata ÃĻ vietnamita. E questa differenza, alla fine, ÃĻ tutto.
Non so quanti anni mi restano. Dieci. Quindici. Forse meno. Non voglio fare programmi. Ho fatto programmi per tutta la vita.
Adesso preferisco fare colazione domani mattina.
Poi vedere il mare. A settantuno anni non ho piÃđ bisogno di sapere dove sto andando. Mi basta sapere che non voglio tornare indietro.
Grazie per pubblicarla sulla pagina.
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